Viaggio con l’arte: Piranesi e le sue Carceri d’invenzione

Per definizione con la parola “arte” intendiamo ogni tipo di attività umana svolta individualmente o collettivamente che porta a forme di creatività e di espressione artistica, attraverso l’uso di tecniche e abilità innate o acquisite derivate dallo studio o dall’esperienza.

Quindi tutti possono fare arte? Come facciamo a capire cosa può essere considerata un’opera d’arte e cosa non lo è?

Oggi l’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere dei messaggi agli individui. Per comprendere l’arte odierna o meglio contemporanea, occorre fare riferimento a modelli moderni, per riconoscere la sua evoluzione e per apprezzare ciò che in quest’epoca sarà capace di offrire.

Torniamo quindi un po’ indietro partendo da uno dei periodi che più ha caratterizzato la nostra modernità ovvero la Rivoluzione industriale. Tra la seconda metà del Settecento e il primo ventennio dell’Ottocento, con la rielaborazione delle scoperte di Galileo e di Newton, la società è invasa da nuovi e radicali cambiamenti che ponevano al centro la scienza e il nuovo benessere. I nuovi macchinari infatti contribuirono a semplificare il lavoro di produzione, modificando i ritmi e lo stile di lavoro. L’uomo, che non era più legato solo alla propria condizione di lavoratore, si eleva, ponendo la propria fiducia sul progresso e l’avanzamento culturale, per una società giusta, che crede nell’uguaglianza tra gli uomini e nella tolleranza politica e religiosa. Il XVIII secolo è quindi conosciuto come il “secolo dei lumi” dove la ragione prende il sopravvento, da qui la parola che identifica questo periodo come Illuminismo. La corrente artistica strettamente legata all’Illuminismo è il Neoclassicismo, la tesi che lo caratterizza è la convinzione che la purezza dell’arte fosse stata raggiunta solo dai Greci e incolpava i Romani di averla corrotta, perché si erano allontanati da alcune regole classiche dell’arte greca.

Giovan Battista Piranesi (1720-1778), architetto, archeologo e artista veneziano, era noto per le sue incisioni ad acquaforte. Egli al contrario delle teorie neoclassiche pensava che i Romani non dovessero nulla ai greci, definendoli anzi, superiori. Famose sono le incisioni delle vedute di Roma che, in quel periodo grazie al Grand Tour, è una delle mete predefinite degli artisti, così come gli scavi archeologici di Ercolano.

La raccolta di incisioni Le carceri d’invenzione o Le prigioni immaginarie realizzate nel 1745-1750, sono una serie di tavole o meglio di capricci che raffigurano architetture dal tono profondamente drammatico. Viene considerata un capriccio, un’opera d’arte tipica principalmente della pittura veneziana tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, che ritrae una veduta falsificata e immaginaria, infatti nella rappresentazione vengono combinati elementi architettonici reali o di fantasia, che non appartengono realmente al luogo raffigurato, molto spesso troviamo rovine antiche o figure a macchie. Il capriccio aveva lo scopo di fornire allo spettatore un’immagine interessante della realtà ma che non la rappresentasse in maniera veritiera, come una specie di cartolina falsificata. Questi infatti avevano lo scopo di incuriosire, una specie di strategia di marketing per creare turismo. Le carceri d’invenzione sono una serie di incisioni ad acquaforte di 16 stampe prodotte in due edizioni, che mostrano enormi sotterranei a volta con scale e macchinari. La prima edizione presentava tavole più luminose ma nel 1770 furono nuovamente rielaborate su indicazioni del suo editore, Bouchard, per aumentare il contrasto e ottenere un effetto più teatrale. La tecnica dell’acquaforte risale al 1513. Questa tecnica veniva usata in particolar modo per imitare il disegno a penna, successivamente venne inventata anche l’acquatinta per imitare invece il disegno ad acquerello. Le Carceri sono state opera di importante riconoscimento di Piranesi, che andando controcorrente, non esaltava la classicità e la purezza dell’antica arte greca come Winckemann affermava, ritenendo l’architettura romana come una semplice derivazione di essa, ma al contrario rendeva gloria alle rovine di Roma e incideva interni di edifici tetri e cupi, in un disegno apparentemente disordinato.

Il ponte levatoio, VII tavola delle Carceri, è una delle più rappresentative di questa raccolta, caratterizzata da intrecci di scale surreali. I contrasti mostrano punti di aperture dalle quali filtra la luce che illumina la parte sinistra della grande stanza, questa provoca nello spettatore un senso di vertigine, amplificato dall’inganno prospettico e dal moltiplicarsi delle figure. Il punto focale dell’immagine risiede nell’incontro tra le parti del ponte: la prima che parte dalla torre ed è agganciata alla volta in primo piano e la seconda perpendicolare ad essa agganciata ad un pilastro, raffigurati mentre si stanno per unire per formare un passaggio. Innumerevoli scale caratterizzano questa tavola, sembra non esserci via d’uscita; guardano attentamente riusciamo a vedere anche delle figure, sono sfocate, alcune più cupe e terrorizzate di altre. Cosa fanno? I movimenti rimandano al lavoro e alla fatica. La confusione apparente è in realtà frutto di calcoli architettonici specifici, tutto e chiaro ma tutto è anche irrisorio. L’esattezza dei calcoli però genera in questo caso proporzioni errate, utopistiche. Una sottile e precisa denuncia alla tortura: fisica e psicologica, nei confronti di una società sempre più carnefice. L’ambientazione di queste tavole è stata fonte di ispirazione per sceneggiature teatrali e ambientazioni letterarie come nel “Il castello di Otranto” (1764) di Warpole. Anche Escher, artista del ‘900, ne fu ispirato come possiamo vedere nelle sue incisioni illusorie calcolate in ogni minimo dettaglio, dove spesso viene ripreso il tema delle scale.

L’arte è ispirazione e conoscenza, è sicuramente più facile esprimere opinioni come: “Lui sì che era un’artista” riferendosi ai grandi maestri, cosa sempre più rara nell’arte contemporanea dove, osservando un taglio su una tela come quelli di Fontana o degli “schizzi” di Pollock l’esclamazione è: “Ma lo potevo fare anch’io!”. Certo ognuno può farlo ma è importante capire: perché si è arrivati a farlo?!

Cosa vedi tu nella tavola di Piranesi? Lasciaci pure una tua impressione nei commenti!