In un articolo de Il manifesto del 9 gennaio, Silvia Nugara ha scritto su un documentario prodotto dal cantastorie urbano Makalapati e narrato nel libro di Giovanni Santanera Camerun digitale. Produzione video e diseguaglianza sociale a Douala.

L’idea di fondo del progetto di Makalapati è quello di aggirarsi per le strade di Douala, in Camerun, per narrare le storie quotidiane degli abitanti, nelle zone più difficili e disperate della città. Per quanto riguarda una descrizione più dettagliata del progetto rimandiamo all’articolo della Nugara, mentre quello su cui vogliamo riflettere è proprio la relazione fra il digitale e le diseguaglianze sociali. In un mondo sempre più digitale, in un’epoca in cui i grandi cambiamenti sono determinati dalle immagini e dalla funzione politica e sociale dell’immaginario collettivo, la lotta alle diseguaglianze passa anche attraverso la dialettica fra il visibile e l’invisibile.

L’uso sociale delle immagini, infatti, ha come obiettivo primario quello della visibilità. Se fino a qualche decennio fa ciò di cui non si parlava era ritenuto un tabù oppure un qualcosa che non esiste, questo paradigma, oggi, è delegato principalmente alle immagini. L’ingresso dei nuovi social da Instagram a Tik Tok ha semplicemente accentuato ulteriormente la funzione sociale dell’immagine nella globalizzazione. Proprio sfruttando questa via dell’immagine globale e dell’immaginario globale, il progetto di Camerun digitale vuole raccontare un altro Camerun, un’altra Africa, la quale si discosta e si affranca dal ripetitivo assistenzialismo umanitario, per lasciar spazio ad un altro ambiente, ad altri processi sociali che cercano di uscire dalle strettoie dell’economia occidentalizzante. In altre parole, si tratta di rendere visibile un continente consapevole di vivere in situazioni d’indigenza, come anche in un colonialismo mutato ma mai interrotto, ma che al tempo stesso sa ripensarsi, sa mettere in circolo processi virtuosi, sa raccontarsi e sa avere una propria autonomia, oltre lo sguardo Nord-occidentale.

Scrive, infatti, Nugara nel suo articolo:

Per di più, l’immagine dell’Africa contemporanea che emerge da alcuni dei video in questione è ben lungi, spiega il libro, dall’estetica del dolore del mondo umanitario articolata secondo polarità come Noi/Loro, Occidente/Africa, chi sta bene/chi sta male. Pur consapevoli di difficoltà, ingiustizie e violenze, le opere dei cadetti camerunesi si smarcano dunque da una rappresentazione vittimistica del contesto in cui vivono e aprono uno spazio nuovo «dove è possibile reimmaginarsi come africani che abitano il mondo contemporaneo, senza per questo occidentalizzarsi».

Si tratta, dunque, di entrare nel circuito del visibile, dell’immagine globale che non rimane ristretta ad un pubblico di nicchia, ma che cerca di intaccare l’immaginario globale del continente africano. In questo modo, dunque, l’immagine non è semplicemente dimostrativa di alcune sfaccettature della realtà ma diviene, in un certo modo, trasformativa dell’immaginario, in grado di mettere in relazione più persone e di risolvere i problemi insieme, vero scopo della politica. Un’immagine, in una parola sola, rivoluzionaria.

Matteo Losapio